C’è un problema enorme nella musica italiana, e non è più possibile far finta di nulla. Nel 2025 la scena rap e urban continua a ignorare, marginalizzare e ridurre a comparsa i talenti afro-italiani, mentre la discografia preferisce giocare al sicuro, promuovendo solo volti bianchi, spesso costruiti e poco credibili. Ma questa realtà non solo è ipocrita: è offensiva e suicida per la musica stessa.


Una copertina che dice tutto

Basta guardare la recente tracklist di un producer emergente per capire: tutti featuring bianchi. Tutti. Come se in Italia non esistessero artisti afrodiscendenti con flow, metrica, testi e credibilità. Eppure ci sono, eccome: noi di NovaHot22 ne abbiamo messi in radio decine, e il livello è altissimo. Allora la domanda è: perché la discografia finge che non esistano?


L’hip hop non nasce in Italia

Chiariamo un concetto: il rap, la trap, l’hip hop non sono generi “italiani”. Nascono dall’esperienza afroamericana, dalla sofferenza e dalla resistenza di comunità nere che hanno dato voce al mondo intero. Un minimo di riconoscenza è dovuta. E invece in Italia si prende il genere, lo si copia, e si cancellano le radici. Un paradosso culturale che nel 2025 non è più accettabile.


L’esperienza personale

Io stesso, da produttore, ho visto come funziona questo meccanismo perverso. Ho prodotto una ragazza afrodiscendente: risposta della discografia? “Non c’è mercato per lei”. Ma ditemi voi: negli anni ’90 io, ragazzino bianco italiano, mi medesimavo in 2pac, Notorious, Snoop. Erano i miei eroi, e non c’era nessun “problema di colore”. Se una canzone parla di vita, di difficoltà, di rabbia, di speranza, tu ci entri dentro. Punto. Non è questione di pelle. È questione di verità.

Allora vogliamo forse dire che in America “non c’era mercato” per 2pac o Biggie perché la società era a maggioranza bianca? È ridicolo. Il mercato c’era, e c’è anche in Italia. Solo che qui c’è paura.


“Millenovecentonovantasei: Io mi stavo introducendo nella scena hip hop italiana insieme alla Jerba Medica Crew. In quell’anno uscì anche “Nudo e Crudo” di “Rawl MC“: lui, afrodiscendente, con una voce spettacolare, mi fece credere di trovarmi davanti a una scena culturalmente aperta e pronta all’integrazione. Crescendo, però, mi sono reso conto che c’era ancora tutto da fare, tutto da costruire. Quello che sembrava un inizio era solo lo spiraglio di una fiamma che poi si è spenta, senza dare continuità. Eppure, per me, fu un momento fortissimo: vedere un rapper afrodiscendente italiano entrare nella scena significava che un futuro diverso era possibile.”


La paura della discografia

La verità è questa: la discografia italiana ha paura. Paura che la scena afro-italiana, appena prenderà piede davvero, mostrerà quanto siano deboli e costruiti molti dei rapper bianchi oggi sulla cresta dell’onda.

Certo, esistono delle rarissime eccezioni: Artifive che sta emergendo con forza, Mimì che ha vinto X-factor (ma non dimentichiamo nel 2017 lo vinsero anche i “Soul System”),Sergio Sylvestre che ha vinto amici o Joshua che ha collaborato con Tormento e Shablo, oppure qualche apertura sporadica da parte di artisti già affermati come Nitro o Fabri Fibra, che di tanto in tanto firmano featuring con rapper afrodiscendenti. Ma parliamo di casi isolati. Questi gesti, per quanto importanti, non cancellano il fatto che la discografia non investa realmente in promozione per gli afro-italiani, così come invece ha investito in un Fabri Fibra o in altri volti bianchi.

I talenti che meriterebbero una spinta vera ci sono, e sono pronti. Ma resta quel freno, quella paura che blocca tutto: la paura che una volta dato spazio alla scena afro-italiana, gli equilibri costruiti artificialmente crollino.


Un problema più grande della musica

E non si tratta solo di musica. Basta accendere la televisione per rendersene conto: dove sono i conduttori, i presentatori, i giornalisti afrodiscendenti? Non ci sono. Come se non esistessero.

Eppure esistono, eccome. Ci sono ragazze e ragazzi afro-italiani preparati, capaci, pronti a ricoprire quei ruoli. Ma non vengono messi davanti alle telecamere.

Lo stesso vale per i canali musicali del digitale terrestre: tutti italiani bianchi. Tutti. Nessuna rappresentanza afrodiscendente. Punto.

Questa non è solo una svista: è una scelta culturale precisa. Ed è arrivato il momento di cambiarla.


Basta usare i neri come fondale

Per anni nei videoclip italiani si sono usati ragazzi e ragazze nere come sfondo, come decorazione per dare più “credibilità” al rapper bianco. È stata la strategia per fingere un’autenticità che non c’era. Ora basta. La scena afro-italiana non può più essere ridotta a comparsa.


La chiamata all’azione

È tempo di cambiare le regole.
È tempo che i magazine, le major, le radio prendano atto di una realtà: la scena afro-italiana non solo esiste, ma è viva, forte, ricca di talento e pronta a prendersi lo spazio che merita.

Agli artisti afrodiscendenti diciamo: tirate fuori ancora più forza, unitevi, fate blocco. Perché solo così si spezzerà il muro.

Alla discografia italiana diciamo: smettete di avere paura. Perché il cambiamento arriverà comunque, con o senza di voi.

Conclusione

Nel 2025 non ci sono più scuse. L’Italia è un paese di seconde e terze generazioni. La musica afro-italiana è già qui, è già potente. Continuare a ignorarla significa tradire la musica stessa. E chi ama davvero questo genere non può più accettarlo.


Questa è la nostra playlist degli artisti che abbiamo messo on air nella nostra radio:


AspreN, Novahot22.

Una replica a ““La discografia italiana ha paura del talento afrodiscendente””

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