
Dire Baby Sosa significa raccontare un artista che ha trasformato la sua storia personale in musica, alternando crudezza e fragilità, forza e introspezione. Nato a Cuba, cresciuto a Tor Bella Monaca e poi a Verona, porta con sé il peso delle proprie esperienze e la voglia di riscattarsi attraverso i testi. Dal 2019 ad oggi ha pubblicato singoli, album ed EP che hanno segnato la sua crescita, diventando una voce capace di parlare a tanti ragazzi che si riconoscono nelle sue parole.
In questa intervista esclusiva per NovaHot22, Baby Sosa si racconta senza filtri: le sue origini, i sacrifici, i ricordi legati ai progetti Ave Baby, le difficoltà di un giovane artista di seconda generazione in Italia e la sua visione del futuro.
1. Per iniziare, raccontaci: chi è Baby Sosa, quali sono le tue origini e dove sei cresciuto?
Baby Sosa è tutto ciò che non è Adison. È il mio lato che prende la vita in maniera più alla leggera, quasi come se non gli importasse di determinate conseguenze. Vivo in lotta con me stesso per via di queste due personalità, se così posso dire.
Sono nato a Cuba e ci sono rimasto fino all’età di 6 anni. Poi sono venuto a Roma, a Tor Bella Monaca, esattamente nel complesso Rione 8 (R8), dove la vita non era così tanto facile. Vengo da una famiglia molto umile che ha sempre cercato di darmi dei valori che purtroppo di questi tempi stanno sparendo. Crescere a Tor Bella Monaca è come se avessi già il tuo futuro scritto: o finisci in carcere o morto.
Vengo da un posto dove puoi solo immaginare e sognare determinate cose. La mia famiglia viveva in un bilocale in 25 nel periodo Especial, così si chiamava il periodo della rivoluzione cubana. Per me ho già vinto.
2. Come ti sei avvicinato al rap e qual è stato il momento in cui hai deciso di fare musica seriamente?
Mi sono avvicinato al Rap quasi per gioco: io suonavo il sassofono, sapevo cos’era il rap ma non l’avevo mai ascoltato più di tanto fino a quando a 12 anni scoprii Er Gitano, rapper di Tor Bella Monaca. Da lì poi sono passato a Lil Durk che mi ha aperto un mondo. Ho iniziato a scrivere filastrocche senza sapere che erano rime, erano i miei pensieri e come mi sentivo.
Questo è stato il mio primo approccio al Rap. In seguito ho deciso di fare rap per la libertà di espressione che aveva: avevo tante cose che mi turbavano e sapevo che là fuori altri come me cercavano qualcuno che toccasse determinate tematiche. Ho iniziato a trascrivere la mia vita sapendo che là fuori ci sarebbero state persone che avrebbero capito. Ho preso la musica seriamente nel 2016/17.
3. Il 2019 è stato l’anno dei tuoi primi singoli ufficiali (Nomade, Death Note…): che ricordi hai di quel periodo?
Il Duemiladiciannove è stato proprio l’anno che mi ha forgiato, grazie a Razen che è ed è stato più di un fratello. Ho solo bei ricordi di quell’anno, anche se a volte i bei ricordi fanno male, tanto.
4. Nel 2021 hai pubblicato Ave Baby – Prima della fama (Chapter 1). Cosa rappresenta per te quel progetto e come è nato?
È molto importante, lì ho imparato il vero approccio che si deve avere con la musica. Il progetto è nato con Razen: volevamo vedere se l’Italia era pronta a un determinato suono e a un determinato immaginario. Passavamo giorni e giorni in studio a cercare di capire come e cosa fare, perché per me era un mondo nuovo. Quel progetto è stato possibile grazie a Razen e alla sua famiglia: in quel periodo non stavo bene e loro hanno fatto in modo che io non perdessi la concentrazione.
5. Nel 2023 sei tornato con l’EP Ave Baby: Stepping – In alto like a steppa (Chapter II) e nel 2025 con La città dell’amore. Come senti di essere cresciuto tra il primo e l’ultimo capitolo?
Non è l’ultimo capitolo degli Ave Baby, ce ne saranno altri. Il secondo capitolo mostra un lato leggermente più maturo, seguendo lo stesso copione ma con tematiche diverse. La città dell’amore è stata la chiave per farmi capire cosa voglio essere. Vengo da Verona, “la città dell’amore”, dove però trovi di tutto tranne che amore. Ed è stato proprio quell’equilibrio che mi ha portato ad approfondire i racconti vissuti in tutto il mio percorso.
6. Nei tuoi testi alterni forza e fragilità: da dove nasce questo equilibrio?
Nasce dal fatto che sono una persona forte per le storie vissute, ma in realtà sono molto sensibile e fragile. È facile scrivere testi crudi e aggressivi, ma in quanti riescono davvero a scrivere cosa si prova? In quanti riescono a raccontare il peso dei propri demoni interiori?
7. C’è una tematica in particolare a cui sei particolarmente affezionato e di cui vorresti parlarci?
Non è una cosa che voglio toccare, perché ci sono situazioni che mi hanno dipinto nel modo sbagliato. Ho perso una persona che mi ha accompagnato durante tutto il percorso musicale e quella perdita è stata molto pesante per me. Ancora oggi ne soffro, ma preferisco non entrare nei dettagli. Dio sa, e la persona in questione ovunque sia conosce le mie intenzioni e il motivo del perché non mollo nonostante cerchino di oscurarmi con questa storia.
8. Come vivi il panorama discografico italiano? Quali opportunità e quali limiti hai incontrato finora?
Non esistono limiti, i limiti te li poni tu. Vivo la discografia italiana nel modo giusto: ho la consapevolezza che ho molto da dare al pubblico, ma per farlo capire c’è bisogno di tempo. E il tempo dà sempre le risposte.
9. Quali sono state le difficoltà principali per farti spazio nella musica indipendente e arrivare al livello in cui sei oggi?
La fame, i posti dove sono cresciuto mi hanno aiutato molto, soprattutto la mia storia. Tutti abbiamo una storia difficile, ognuna a modo suo, ma non tutti sono capaci di trarne beneficio. Io non mi sento ancora a nessun livello: sento che devo ancora raggiungere il livello che merito.
10. Guardando oltre la musica: che vita conduce Baby Sosa nella quotidianità? Cosa ti appassiona al di fuori del rap?
Al di fuori del rap mi piace la tranquillità. Sembra una cosa scontata, ma nel mondo in cui si vive penso sia la cosa più difficile da trovare. Purtroppo in passato ne ho combinate, e ora che ho la maturità per capire il giusto dallo sbagliato preferisco starmene nel mio, fare musica e concentrarmi sulle cose che davvero contano. Amo i documentari ahahaha.
11. Quali sono le difficoltà che vivi (o che hai vissuto) come giovane artista nella società italiana, sia a livello personale che sociale?
Penso che la cosa che accomuna noi artisti di seconda generazione sia l’incomprensione verso di noi, per colpa di un’ignoranza di massa. Nessun altro conosce la sensazione di camminare con le cuffiette per fatti propri e, all’improvviso, una signora appena vede che sei straniero inizia a stringersi la borsetta come se avessi brutte intenzioni. Questo è solo un piccolo e “banale” esempio.
12. Hai spesso collaborato con artisti diversi (da Razen a Nashley, fino ad Armando Castillo, SKT e altri). Quanto è importante per te la collaborazione nella musica?
La collaborazione nella musica è importante: puoi imparare tanto da artisti che vivono la musica in modo diverso dal tuo. È importante, ma non essenziale: è un 50/50.
13. Dei tuoi testi più personali (Nomade, Quadrifoglio, Death Note…), qual è quello che senti più vicino alla tua storia?
Tra tutte le canzoni pubblicate è difficile decidere, perché descrivono aspetti e momenti diversi della mia vita. Tra quelle che hai nominato direi Nomade, però sopra tutte Luv U Má, dedicata a mia mamma. Le nuove uscite che ho, però, sono a un altro livello a livello di tematiche.
14. Se dovessi descrivere in tre parole lo stile Baby Sosa, quali useresti?
Personalità, Dolore, Riflessione personale.
15. Qual è il messaggio che speri arrivi più forte a chi ascolta la tua musica?
Che non sono soli, che c’è qualcuno che ha vissuto le stesse problematiche che hanno vissuto loro. E che ora hanno una voce su cui aggrapparsi quando tutto sembra andare male. Vorrei essere la forza di tanti ragazzi.
16. Guardando al futuro: quali sono i tuoi obiettivi e i sogni che vuoi realizzare nei prossimi anni?
Voglio essere fiero di ogni scelta sbagliata fatta in passato, perché grazie a quelle sarò la persona che sarò e che sono oggi. Vorrei tranquillità interna, che purtroppo in tante occasioni delle giornate non ho. Il resto sarà solo una conseguenza: Dio sa e provvederà a tutto. È tutto nelle sue mani.
Le parole di Baby Sosa ci restituiscono l’immagine di un artista complesso, diviso tra due personalità, ma sempre fedele a sé stesso. La sua musica è un diario aperto fatto di dolore, riflessioni e voglia di rivalsa: un punto di riferimento per chi cerca una voce capace di trasformare esperienze difficili in forza condivisa.
Ed è per questo che su NovaHot22 sono entrati ufficialmente in rotazione due dei suoi brani più recenti:
🔥 Noodah (2025)
🔥 Picciridu (2024, ft. SKT)
Un segnale chiaro: Baby Sosa non è solo un nome emergente, ma una delle voci che stanno scrivendo una nuova pagina dell’urban italiano.

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