
Cresciuto tra il calore di Dakar e il silenzio dei monti bresciani, Sidy è uno di quegli artisti che non hanno paura di mostrarsi per ciò che sono: autentici, vulnerabili e profondamente umani. La sua musica nasce da un equilibrio delicato tra due mondi — l’Africa e la Valgobbia — e diventa il riflesso di una doppia appartenenza che si trasforma in linguaggio universale. Dalla partecipazione a X Factor 2017 alle esperienze accanto a nomi come Mahmood e Ghali, fino all’approdo a Sanremo Giovani 2025 con il brano Tutte le volte, il suo percorso racconta una crescita interiore più che artistica: quella di chi ha imparato a credere nella propria voce, anche quando il rumore intorno sembrava coprirla.
Nel suo progetto Brixia, Sidi unisce introspezione e visione collettiva, collaborando con artisti come HeArtman e continuando a costruire un ponte tra le storie di provincia e il mondo afro-italiano, con una sensibilità rara nel panorama musicale attuale.
1. Sei nato a Dakar ma cresciuto a Lumezzane: cosa ti porti dentro della tua infanzia tra Senegal e Valgobbia?
Mi porto il contrasto e l’armonia di quei due mondi. Dal Senegal il calore, i colori, la musica che è ovunque; dalla Valgobbia il silenzio dei monti, la concretezza della gente. Metterli insieme mi ha insegnato che puoi appartenere a più luoghi senza perderti.
2. Quando hai capito che la musica sarebbe stata la tua strada e non solo una passione?
Forse ero in prima superiore, facevo musica con la mia band già da un po’, vivevo con l’idea che avrei dovuto fare musica e nel frattempo avere un piano B. Quando ho scritto la prima canzone che parlava davvero di me ho capito che non poteva esistere un vero Piano B. non era più un hobby, era il modo più naturale che avevo per raccontarmi.
3. L’esperienza a X Factor 2017: cosa ti è rimasto di quell’occasione, nel bene e nel male?
Mi ha dato il coraggio di espormi, ma anche la consapevolezza che la musica non è solo show: è un lavoro profondo su te stesso. Lì ho imparato che serve pazienza per costruire qualcosa di vero.
4. Nel 2022 sei stato sul palco come corista di Mahmood e nel brano Paprika di Ghali. Che cosa si impara lavorando dietro le quinte di grandi artisti?
Si impara l’umiltà e la disciplina e se sei bravo ti porti a casa una nuova visione. Vedi quanta cura c’è dietro ogni dettaglio e quanto sacrificio serve per far sembrare tutto naturale.
5. C’è stato un momento in cui hai sentito di dover “ricominciare da zero” artisticamente?
Sì, per anni sono stato in una band dove le energie venivano consumate in modo poco omogeneo, avevamo una fame diversa. dopo un periodo in cui mi sentivo bloccato ho capito che dovevo scrivere senza pensare di dover convincere la band: solo così potevo rinascere.
6. I tuoi testi hanno una forte componente intima e delicata. Da dove nasce questa esigenza di raccontarti così a cuore aperto?
Dalla mia vita, ma anche dalle vite che incrocio. Mi affascina tutto quello che resta nascosto, i dettagli che nessuno guarda: lì dentro ci sono le storie più vere.
7. Quanto c’è di autobiografico nei brani di Brixia e quanto invece è frutto di osservazione delle vite degli altri?
C’è molto di me, ma sempre intrecciato alle storie che ascolto. Mi piace mischiare i miei ricordi con quelli degli altri, così diventano universali.
8. Nel disco c’è Call Center con HeArtman: come è nata questa collaborazione e cosa rappresenta per te questo pezzo?
Io e Heartman ci siamo conosciuti qualche anno fa, l’avevo invitato come artista al festival che organizzo nel bresciano, Afrobrix. La vita ha voluto che ci rincontrassimo a Sanremo Giovani e da lì è nato tutto molto naturalmente, l’ho invitato nel mio studio, abbiamo chiacchierato, ci siamo raccontati e dopo qualche giorno gli ho proposto di mettere una strofa su un brano che avevo da un po’ e che non riuscivo a completare. Quando mi ha mandando la strofa sono rimasto a bocca aperta.
9. Vivere e fare musica in provincia (Brescia/Lumezzane): è un limite o una forza?
All’inizio lo vedevo come un limite, poi ho capito che è una forza: ti costringe a guardarti dentro, a costruire la tua voce senza inseguire mode.
10. Il brano Tutte le volte ti ha portato a Sanremo Giovani 2025: come hai vissuto quell’esperienza e cosa ti ha insegnato?
È stato come entrare in una stanza dove tutti i tuoi sogni si incontrano. Mi ha insegnato a credere nella mia visione, ma anche a divertirmi nel farlo.
11. Se dovessi descrivere la tua musica a chi non ti conosce con tre parole soltanto, quali useresti?
Autentica, malinconica, luminosa.
12. L’Italia sta iniziando a conoscere sempre di più la scena afro-italiana: secondo te quali sono i passi mancanti per darle la giusta dignità e spazio?
Serve ascolto vero, non solo curiosità momentanea. Bisogna dare visibilità alle storie, creare spazi dove non ti senti ospite ma parte del racconto.
13. Che consiglio daresti a un ragazzo afro-italiano che oggi vuole approcciarsi al mercato musicale in Italia?
Di non rinunciare alla sua unicità. È facile farsi modellare da quello che pensi “funzioni”. Invece la forza è proprio nella tua prospettiva, nel tuo linguaggio.
14. Che rapporto hai con i social? Li vivi come uno strumento di lavoro, un peso o anche un modo per esprimerti?
Faccio davvero fatica ad utilizzarli, sono uno strumento utile, ma non il centro. Cerco di usarli per condividere ciò che amo, non per inseguire numeri.
15. Immaginando te stesso tra dieci anni, dove e come vorresti essere come artista e come persona?
Vorrei essere sereno, con un percorso che continua a sorprendermi. Come persona spero di avere sempre curiosità, e come artista di restare fedele a quello che sento.
16. Chi è Sidi Casse al di fuori della musica? Come vivi le tue giornate nella vita quotidiana?
«Sono un ragazzo semplice: amici, gite in montagna, amo i giochi da tavola, le chiacchiere e tanta musica che ascolto senza pensare al lavoro. Mi piace osservare le persone nei bar, nei treni: lì trovo storie.
17. C’è una frase, un consiglio o un ricordo che ti porti sempre dietro e che ti guida nel tuo percorso?
Un vecchio amico mi disse: “La tua voce vale solo se la usi per dire qualcosa che ti appartiene”. Ogni volta che scrivo ci penso: non devo avere paura della mia verità.
Ascoltando Sidy si ha la sensazione di trovarsi davanti a un artista che non cerca il rumore, ma la verità. Ogni parola, ogni nota sembra avere un peso preciso, come se dietro ci fosse sempre la voglia di dare senso al proprio percorso — e a quello di chi lo ascolta.
La sua è una voce che attraversa confini, che unisce luoghi e persone senza mai smettere di interrogarsi. In un’Italia che sta finalmente imparando ad ascoltare le nuove voci afrodiscendenti, Sidi rappresenta la prova che la diversità non è una parentesi, ma un capitolo fondamentale della nostra cultura.
Il suo viaggio è solo all’inizio, ma il messaggio è già chiaro: per farsi sentire, bisogna prima imparare ad ascoltarsi.
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