
In un panorama musicale in continua trasformazione, nasce una voce che unisce radici africane, sensibilità italiana e un’anima R&B che fluisce spontaneamente: Khadijah (già conosciuta come KJ).

Questa storia fa parte della nostra rubrica “Focus On”, lo spazio di NovaHot22 dedicato agli artisti che meritano attenzione e ascolto.
Cresciuta tra Torino e l’eredità culturale senegalese trasmessa dal padre, Khadijah ha trasformato la musica in una necessità vitale fin dall’infanzia. Il suo percorso è un equilibrio costante tra studio universitario, ricerca artistica e vita quotidiana: un dinamismo che non spegne, ma alimenta la sua identità creativa.
Con una scrittura istintiva e profonda, capace di trasformare ogni esperienza in suono, Khadijah racconta ciò che avviene dentro più che ciò che accade fuori: non parla d’amore, ma di ciò che resta dopo aver amato; non parla di soldi, ma della fame che ti spinge a cercarli; non parla di dolore, ma delle forme che assume quando impari a conviverci.
Il brano “Solo” è un punto di transizione: un passaggio di crescita e consapevolezza, specchio di una giovane artista che sta imparando a definirsi a voce piena.
1) Come ti chiami artisticamente? YouCallMeKJ o solo KJ? C’è una storia dietro questo nome?
Per molti anni il mio nome d’arte è stato KJ, un soprannome nato dai miei amici. Di recente,
confrontandomi con il mio team , ho capito che nelle prossime uscite userò semplicemente il
mio vero nome, Khadijah, ho bisogno di portare il mio vero io.
2) Quando hai capito che la musica era qualcosa che volevi fare “seriamente”?
Ho capito che la musica era “la mia roba” fin da piccola, prima ancora di iniziare a
squadrarla verso i 6 anni credo. Ricordo di aver pensato che nulla mi faceva sentire come
quando cantavo o suonavo, e da lì non l’ho mai più abbandonata.
3) Quali sono le tue origini, dove vivi attualmente e quale città senti di rappresentare nella tua musica?
Sono di Torino, che per fortuna è piena di artisti e di arte in ogni angolo , cosa che amo
molto. Ma la musica per me è iniziata in casa: mio padre è del Senegal e ha sempre avuto la
passione per il rap, che mi ha trasmesso completamente. Mia madre è italiana e mi ha
sempre spronata, sia durante gli studi musicali che dopo, quando ho deciso di intraprendere
un percorso più mio.
4) Parlaci di te: chi sei al di fuori della musica? Quali sono le tue difficoltà o i tuoi disagi (se ti va di condividerli)?
Sono una persona multitasking: non ho mai un’ora di pausa. Tra università, musica, sessioni
in studio e vita sociale, sono costantemente in movimento. È un’arma a doppio taglio perché
dopo un po’ mi esaurisco, ma non cambierei mai questo stile di vita. Amo essere una “mina
vagante”.
5) Quali sono le tue influenze musicali?
Da piccola in casa regnava l’R&B: da Nelly a D’Angelo, fino ai classici. Ma il posto numero
uno è sempre stato di Craig David, che ancora oggi resta il mio preferito. Della scena attuale
sono molto influenzata da artisti come Madame, Summer Walker, Don Toliver, Elodie, Tems,
ma anche dai rapper della scena 2016–2018, sia italiana che americana, come Izi, per
esempio.
6) Parlaci di “Solo”: com’è nato e cosa racconta?
Il brano “Solo”, come molti altri, nasce da qualcosa che mi circonda unito a ciò che provo
dentro. Tutto ciò che dico nei miei pezzi nasce da ciò che vivo — dalla cosa più intensa alla
semplice chiacchierata al bar. Per me tutto può diventare musica.
“Solo” parla di un periodo di transizione, in cui la musica cambia e crescono anche le mie
ambizioni. Racconto questo percorso intrecciandolo con le scene quotidiane della mia vita.
Tutto può essere un testo, tutto può diventare suono.
7) Come nasce una tua canzone?
Molti dei miei pezzi nascono come flussi di coscienza, spesso scritti senza base. L’idea
arriva come un’intuizione: è sempre la musica a trovare me, mai il contrario.

8) Cosa cerchi di trasmettere quando scrivi o registri?
Vorrei che chi mi ascolta percepisse la musica come la percepisco io: che gli entrasse nelle
vene e gli facesse pensare “questa l’hanno scritta per me”.
Vorrei creare immagini sonore in cui le persone possano sentirsi comprese, trovando
emozioni a cui magari non sanno dare un nome, ma che riconoscono di avere. Con la mia
musica possono dare un suono a quei sentimenti proprio come succede a me quando
ascolto o scrivo.
9) Sei indipendente o hai un’etichetta?
Attualmente non sono sotto a nessuna etichetta ma collaboro con un team di persone molto
competenti. Lavoro da sempre con i ragazzi di 5Guys Studio e poi ho un team dedicato
interno di persone che lavorano nell’industria.
10) Pro e contro dell’essere indipendente?
Essere indipendente ti dà sicuramente più libertà: puoi decidere come gestirti, cosa far
uscire e quando. Oggi però il mercato musicale è così saturo che l’indipendenza in sé conta
meno, perché tutti seguiamo un po’ la “wave” del momento.
Credo però che l’unicità espressiva debba restare la priorità per noi artisti, sempre.
11) Con chi lavori di solito in studio?
Lavoro principalmente con il mio producer: in studio di solito siamo solo io e lui. Le session
partono quasi sempre da un’idea che porto con entusiasmo, e finiscono con qualcosa di
inaspettato, magari un idea totalmente diversa. È un momento di lavoro ma anche di
divertimento.
12) Scrivi tu i testi?
La scrittura è totalmente mia. A volte, una volta chiuso il pezzo, ci confrontiamo e magari
cambiamo qualche parola o sinonimo, ma nella maggior parte dei casi i testi restano
esattamente come li ho scritti. La melodia invece si evolve durante le registrazioni: la
riascoltiamo mille volte e io capisco sul momento come voglio farla suonare.
13) Qual è il tuo brano preferito?
Il mio brano preferito è quello che uscirà prossimamente su Spotify. Credo di averci messo
tutta me stessa e il risultato è esattamente ciò che volevo. Spero che piaccia tanto quanto
piace a me, anzi, ne sono sicura.
14) Qual è il tema principale della tua musica?
Il tema principale della mia musica è il significato profondo delle cose. Non parlo di amore,
ma di ciò che si diventa dopo aver amato, non parlo di soldi, ma della fame di averli , non
parlo di dolore, ma di come impariamo a conviverci. Persino quando parlo di felicità,
racconto i processi che ci stanno dietro.
15) Dove ti vedi tra cinque anni?
Fra cinque anni spero di essermi affermata e di essere riuscita a soddisfare la visione che la
mia versione bambina ha sempre avuto del futuro, ossia di me ne mondo della musica.
Studio Global Law e International Legal Studies, ma quando mi chiedono cosa voglio fare
“da grande”, da vent’anni rispondo sempre e solo “la cantante”.
16) Con chi sogneresti di collaborare?
Ci sono tanti nomi con cui mi piacerebbe collaborare: in Italia Madame, Anna e Marracash;
all’estero, il sogno assoluto sarebbe Summer Walker o Don Toliver che penso sia uno dei
miei preferiti.
17) Che consiglio daresti a chi sta iniziando ora?
Il consiglio che darei è non farsi bloccare dalla paura del giudizio. Buttarsi nel buio è sempre
la scelta giusta, anche se spaventa. Bisogna andare oltre il semplice “rimanere se stessi”:
serve l’audacia di mostrare il proprio vero io anche fuori dalla comfort
Khadijah è un’artista in bilico tra studio e istinto, tra introspezione e movimento continuo. Nelle sue parole vive un’urgenza creativa che non inseguirà mai una semplice “wave”: la sua direzione è tracciata dall’unicità, dalla verità di ciò che prova e dal desiderio di trasformare ciò che vive — dalle chiacchiere al bar ai cambiamenti più profondi — in musica che tocca, accoglie, sospende.
Il futuro che immagina non è distante: è l’immagine di sé bambina che finalmente incontra la donna che è diventata.
Se il mondo è pronto, lo scopriremo presto.
Lei, invece, sembra pronta già da un pezzo.
In rotazione su NovaHot22 “Love Song”, il nuovo brano di Khadijah.
Una traccia che porta la sua sensibilità R&B al centro, tra radici profonde, introspezione e immagini sonore che parlano a chi ascolta.
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