
Nato in Nigeria e cresciuto in Italia, Tommy Kuti è una delle voci più riconoscibili delle seconde generazioni: rapper, autore e oggi volto che tiene insieme identità e club culture. Con “Community” (EP di 7 tracce, uscito il 4 luglio), firma un lavoro maturo che intreccia afrobeats, rap e sfumature amapiano per raccontare riscatto, appartenenza e ambizione condivisa. Il video di “Community” è uscito di recente e la title track è in rotazione su NovaHot22 Radio. In questa conversazione Kuti ripercorre le origini in Nigeria, l’infanzia in Lombardia, Brescia e Milano come poli creativi, il percorso dal manifesto #Afroitaliano al presente, i format che uniscono le scene e lo sguardo sul cinema.
1. “Community”: perché questo titolo oggi? Che idea di comunità vuoi mettere al centro del progetto?
Ho scelto Community perché la mia vita è sempre stata questo: costruire legami. Non solo una carriera individuale, ma un percorso collettivo con amici, artisti e persone che mi hanno sostenuto. Voglio raccontare una comunità fatta di diversità, di seconde generazioni, di ragazzi e ragazze che si sono presi lo spazio che in Italia non era pensato per loro.
2. Se dovessi scegliere una traccia-manifesto dell’EP, quale sarebbe e perché?
Direi Community. È la più rappresentativa perché sintetizza il mio percorso: l’arrivare a Milano con un gruppo di amici da tutta Italia, ognuno con il proprio sogno, e il metterci insieme per costruire qualcosa più grande di noi.
3. Fuori dalla musica: chi ha costruito la tua community reale in questi anni (persone, luoghi, collettivi, momenti)?
La mia famiglia, i miei amici di Brescia e poi quelli che ho trovato a Milano. Luoghi come Piazza Napoli ed i locali che abbiamo frequentato, Akeem of Zamunda, Epasuka , la nostra serata Shakara e Afrowave, dove ci ritroviamo e creiamo cultura. E poi le persone che hanno creduto in me sin dall’inizio, formando una rete che va oltre la musica.
4. Il video di “Community”: quali immagini e simboli volevi fissare e perché?
Volevo fissare il concetto di “noi”. Non il singolo artista al centro, ma un gruppo intero, bello, stiloso, ambizioso. Ragazzi e ragazze con origini diverse, uniti in uno stesso sogno. Il simbolo è proprio questo: l’energia collettiva che diventa forza creativa.
5. Da #Afroitaliano a oggi: come è cambiato il tuo modo di raccontare identità e appartenenza?
All’inizio era più rivendicazione, un grido per dire “ci siamo anche noi”. Oggi è più naturale: l’identità afroitaliana non devo più spiegarla, la vivo. E ora racconto anche altre dimensioni: il successo, i sogni, l’amore, la vita quotidiana.
Diciamo che essendo cambiata la mia vita e’ cambiato anche il racconto di essa.
6. Dalle origini in Nigeria, passando per l’infanzia in Lombardia, fino a Brescia e Milano: cosa prendi da ciascun luogo quando scrivi e produci?
Dalla Nigeria prendo le radici la fondamenta per la mia cultura , il ritmo, la lingua. Dalla Lombardia l’educazione, la disciplina. Da Brescia la fame di emergere, perché lì impari a non dare niente per scontato. Da Milano l’apertura, la connessione con il mondo e l’ambizione di giocare su un palco internazionale.
7. A distanza di anni da “Ci rido sopra”: cosa è rimasto, cosa oggi riscriveresti?
È rimasta l’ironia, il raccontare con leggerezza cose anche serie. Riscriverei alcune ingenuità, ma in fondo mi rappresentavano: era il Tommy di quel momento. Mi diverte rileggerlo, perché scrivere una maniera per tenere impresse le proprie percezioni sulla realtà che ci circonda, è come se fossero delle foto nitide della mia mente in quel momento, ora che su certe cose ho cambiato opinione, trovo curioso vedere come la pensavo sei anni fa.
8. La collaborazione 2016 con Fabri Fibra: che impatto ha avuto su di te e cosa ti ha insegnato dell’industria?
Devo dire che è stato uno dei momenti che ricordo con più gioia del mio percorso artistico, devo dire che tutto ciò è accaduto in modo molto inaspettato, qualche giorno prima ero in giro a suonare tra i bar del lago di Garda, ed improvvisamente fibra mi ha invitato a cantare la strofa ad un suo concerto davanti a una folla gigantesca, è stato un bel rito di passaggio, in quel momento in cui la musica è passata da essere un hobby a un lavoro.
Fibra dell’industria ha insegnato l’importanza della strategia e l’originalità, l’abilità di sapersi fare e riconoscere.
9. Collaborazioni future: con chi ti piacerebbe lavorare (Italia/estero) e quale immaginario sonoro cercheresti?
In Italia mi piacerebbe lavorare con Sayf o Ghali, lil cr, altri artisti che raccontano l’Italia vagamente dal mio punto di vista perché rappresentano un certo modo di portare identità e melodia. All’estero guardo molto all’Africa: artisti come Burna Boy, Wizkid o Tems, perché con loro parlerei lo stesso linguaggio musicale e culturale.
10. Radici e rituali: qual è un’abitudine quotidiana “non negoziabile” che ti tiene coi piedi per terra (e perché)?
Le feste con la famiglia e la mia comunità,. Mi ricordano chi sono e da dove vengo. In un mondo che corre e ti confonde, sono le cose che mi riportano sempre al centro.
Mi diverte sempre, vedere come nonostante tutto ciò che mi e’ accaduto per i miei fratelli e cugini sono sempre Tolu, il figlio di Samuel.
11. Progetti sociali (carceri, scuole, quartieri): cosa funziona davvero e che cosa ha cambiato in te?
Funziona l’ascolto. Non andare lì come “artista che insegna”, ma come persona che condivide. Mi ha cambiato perché ho visto quanto la musica possa essere uno strumento di riscatto e speranza reale. Più che altro noto un certo stupore quando entro in una scuola per raccontare il mio vissuto, spero che sia d’ispirazione per gli altri ragazzi come me.
12. Il mainstream italiano ci sembra spesso bianco-centrico: quali azioni concrete suggeriresti a discografia, media e istituzioni per migliorare?
Prima di tutto, rappresentanza vera: assumere persone nere e di background migratorio nei team creativi e dirigenziali. Dare spazio alle storie diverse, senza usarle solo come “quota”. E soprattutto normalizzare la diversità, non trattarla come eccezione.
13. Cinema: dopo “Ricomincio da taaac”, che ruoli cerchi per evitare stereotipi e cosa ti incuriosisce di più?
Cerco ruoli normali, non per forza “l’amico straniero” o “il rapper”. Mi incuriosisce interpretare storie universali, magari un ruolo drammatico o anche comico, ma che parli di umanità, non solo di etnia.
14. Chi è Tommy Kuti nel quotidiano: abitudini, preoccupazioni, sfide e aspettative che non vediamo sui social?
Sono uno che lavora tantissimo, forse più di quanto la gente immagini. Ho le stesse preoccupazioni di tanti: il futuro, la famiglia, il voler dare sicurezza alle persone che amo. Ma anche la sfida di rappresentare al meglio la mia gente. E l’aspettativa è quella di continuare a crescere senza mai perdere autenticità.
Un lato che non viene comunicato sui miei social e’ certamente quello business, sono impegnato in un sacco di attività e mi soddisfa l’idea di trasformare dei pensieri in progetti concreti che generano cash.
L’intervista con Tommy Kuti restituisce il ritratto di un artista che ha trasformato biografia e comunità in progetto culturale: Community non è solo un EP, è una dichiarazione d’intenti—riscatto, appartenenza, ambizione condivisa. Tra musica, libro e cinema, Kuti dimostra che rappresentazione e qualità possono camminare insieme, se l’industria e i media scelgono davvero di ascoltare e normalizzare la diversità.

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