
Avalon all’anagrafe, Avex sul palco. Cresciuto tra Italia ed Etiopia, con una visione internazionale e una voce che attraversa lingue e culture, Avex è uno degli artisti più interessanti della nuova scena urban. Dalla scuola italiana di Addis Abeba fino ai palchi condivisi con nomi come Davide Shorty e Noyz Narcos, il suo percorso racconta un intreccio di radici, contaminazioni e sogni che non conoscono confini. Con la vittoria ad AfroVision e il riconoscimento di Rolling Stone Italia grazie al brano The End, Avex si è imposto come voce indipendente, autentica e potente, capace di fondere inglese, italiano e amarico in un linguaggio unico. In questa intervista ci racconta il suo viaggio artistico e umano, tra sfide, visioni e progetti futuri.
1.Avalon, il tuo nome porta con sé un significato leggendario: quanto senti che il tuo nome ha influenzato la tua identità personale e artistica?
Devo ammettere che, ogni volta che qualcuno scopre per la prima volta che il mio nome all’anagrafe è Avalon, resta quasi sempre sorpreso. In molti faticano a crederci e capita spesso che debba mostrare la carta d’identità per convincerli.
Quando poi spiego che faccio l’artista, la reazione tipica è pensare che Avalon sia semplicemente un nome d’arte. In realtà, il mio nome d’arte è Avex.
Questo soprannome nasce durante gli anni delle scuole medie, alla Scuola Italiana di Addis Abeba, in Etiopia, dove sono cresciuto. Una mia compagna di classe, Alice, ha iniziato a chiamarmi così, e in breve tempo Avex è diventato il mio nickname, fino a diventare parte della mia identità artistica.
Per rispondere alla tua domanda: no, il mio nome di nascita non ha influenzato direttamente la mia musica, almeno fino ad ora. Non è un tema che affronto nei miei testi, a eccezione del brano “FDB”, prodotto da Noky, in cui dico: “il mio nome vero è Avalon”.
Detto questo, Avalon è certamente un nome dal forte richiamo simbolico e leggendario, e chissà potrebbe diventare in futuro una fonte d’ispirazione più presente nei miei progetti artistici.
2.Sei nato in Italia, ma hai vissuto i tuoi primi vent’anni ad Addis Abeba. In che modo questa esperienza ha plasmato la tua visione del mondo e il tuo approccio alla musica?
Sono nato in Italia, ma mi sono trasferito ad Addis Abeba, in Etiopia, all’età di appena un anno. Sono cresciuto lì con mia madre e ho frequentato l’Istituto Italiano Statale Omnicomprensivo “Galileo Galilei” fino ai 21 anni, prima di trasferirmi a Bologna per iniziare l’università. Dopo due anni, però, ho deciso di abbandonare gli studi per dedicarmi completamente alla musica e inseguire il mio sogno di diventare rapper.
Pur frequentando una scuola italiana, in Etiopia non eravamo molto esposti al rap italiano. Al contrario, ascoltavamo prevalentemente rap americano e guardavamo film in lingua originale, anche perché il doppiaggio, lì, non è così diffuso come in Italia. Questo contesto ha avuto un impatto importante sul mio percorso: mi ha permesso di sviluppare un inglese molto fluente e naturale, ed è proprio in inglese che ho scritto le mie prime canzoni.
Il mio trasferimento in Italia, dopo oltre vent’anni vissuti in Etiopia, è stato uno shock culturale — in senso sia positivo che negativo. Avevo sempre conosciuto l’Italia attraverso libri, film e i racconti dei miei professori italiani, ma viverla in prima persona è stato completamente diverso.
Qui ho scoperto e iniziato ad apprezzare anche il rap italiano: mi sono immerso nella scena, partendo dai pionieri dell’old school fino ad arrivare alla trap contemporanea. Dopo circa due anni, ho cominciato a scrivere testi in italiano. Sentivo il bisogno di esprimermi in una lingua che il pubblico locale potesse comprendere appieno, per riuscire a comunicare in modo diretto e autentico anche con chi vive qui.
3.Parli e scrivi in tre lingue – amarico, italiano e inglese. Come vivi questo trilinguismo nella scrittura e nella tua espressione artistica?
Attualmente, circa il novanta% della mia discografia è in inglese, l’8% in italiano e il restante 2% in amarico.
Il mio obiettivo, però, è quello di aumentare la presenza dell’italiano e dell’amarico nella mia musica, lavorando alla creazione di un sound innovativo che riesca a fondere in modo armonico le tre lingue.
Credo che l’unione di queste diverse identità linguistiche e culturali possa dare vita a qualcosa di unico e originale, capace di parlare a pubblici diversi mantenendo coerenza e realness.
4.Nel 2021 hai pubblicato Ride On The Wave, da cui è nata The End, vincitrice del contest Rolling Stone Italia. Cosa rappresenta per te questo brano?
“The End” è uno dei brani presenti nel mio album Ride on the Wave, prodotto da Meis. Il pezzo affronta il tema dell’insoddisfazione umana e della costante ricerca di qualcosa in più.
L’essere umano, per sua natura, tende a non accontentarsi mai: se raggiunge un traguardo, ne desidera subito un altro più ambizioso. Se una persona diventa milionaria, spesso aspira a diventare multimilionaria; se una volta bastavano due birre per raggiungere uno stato di euforia, col tempo ne serviranno quattro, e così via.
Gli esempi potrebbero essere molti, ma il messaggio di fondo è che questa continua rincorsa può portare, lentamente, all’autodistruzione. È proprio da questa riflessione che nasce il titolo del brano, The End.
Scelgo di eseguirlo sempre come ultima traccia nei miei live, a chiusura del percorso emotivo e narrativo che voglio trasmettere al pubblico.
5.Il tuo percorso ti ha visto collaborare con diversi artisti e producer. Quanto contano per te le collaborazioni e in che modo arricchiscono la tua musica e la tua visione artistica?
Le collaborazioni sono un aspetto molto importante del mio lavoro, ma credo che debbano nascere in modo naturale e non forzato. Le collaborazioni che apprezzo di più sono quelle spontanee, basate su una reale affinità e su progetti che trovo interessanti e coerenti con ciò che faccio.
Ricevo spesso proposte da parte di persone che mi seguono, mi stimano e desiderano coinvolgermi nei loro progetti — cosa che apprezzo sinceramente. Tuttavia, per poter aderire a una collaborazione, è fondamentale che anche io senta un reale interesse per il progetto e che ci sia un riconoscimento, anche simbolico, del tempo e dell’impegno che richiede.
Ovviamente non si tratta sempre di una questione economica, ma credo sia importante che ogni collaborazione porti un valore concreto a entrambe le parti, in modo equilibrato e rispettoso del lavoro di tutti.
6.Hai realizzato videoclip potenti. Quanto conta per te la parte visiva nella comunicazione della tua musica?
La parte visiva, per me, è fondamentale. La musica comunica emozioni, messaggi e visioni, ma l’impatto visivo ha il potere di amplificare tutto questo e di rendere l’esperienza ancora più immersiva.
Quando lavoro a un videoclip, non penso solo a “illustrare” la canzone, ma a creare un’estensione del brano stesso, una narrazione parallela che possa aggiungere nuovi livelli di lettura.
Credo che oggi, soprattutto, l’immagine sia uno strumento potentissimo per entrare in connessione con il pubblico. Per questo curo sempre con molta attenzione l’estetica e il concept visivo dei miei progetti: voglio che ogni videoclip parli tanto quanto la musica.
7.Hai condiviso palchi importanti. Qual è stata finora l’esperienza live che più ti ha segnato e perché?
Ho avuto la fortuna di condividere palchi importanti e ognuna di queste esperienze mi ha lasciato qualcosa, ma quella che mi ha segnato di più è stata senza dubbio
quella in cui ho condiviso il palco con Davide Shorty. Lui è stato uno di quei fratelli veri che mi ha sempre dato una chance, aprendo i suoi live con me e coinvolgendomi in diversi suoi progetti. Ogni volta che può, supporta la blackness in modo genuino e concreto, e questo per me vale più di mille parole.
Una cosa che ricordo con particolare forza è quando lui era ospite a un talk chiamato ‘Blackness’ e si è accorto che, nonostante il nome, gli ospiti erano tutti bianchi. Allora mi ha invitato come unico rappresentante nero per parlare della black experience, perché per lui era assurdo che mancasse quella voce. Questo gesto mi ha colpito molto, perché dimostra quanto lui creda davvero nell’importanza di dar spazio e visibilità alle nostre storie.
Quindi, shout out a Davide Shorty, mio fratello e un punto di riferimento, non solo per la musica, ma per tutto quello che rappresenta. Quei live, quelle condivisioni, sono momenti che mi hanno dato forza e ispirazione per andare avanti.
Un’altra volta invece a Bologna ero backstage con Noyz Narcos. Gli ho fatto un freestyle inerente al suo nome e stile e lui si è gasato di brutto e mi ha fatto i complimenti fin quando non è venuto il suo buttafuori ad allontanarmi da lui dicendo “Ao non lo asciugà zi!” O un’altra volta che sono salito sul palco da spettatore con i Das Efx perché avevano chiesto alla folla se qualcuno volesse salire sopra al palco a sputare due rime ma l’avevano detto in inglese e quasi nessuno aveva capito e io ho colto l’attimo e sono salito, mi passarono subito il microfono e io feci una strofa e krazy Drayz ci rimase di stucco quando mi sentí slangare in inglese in quel modo non se lo aspettava per niente.
Poi in generale i live mi piacciono tantissimo
Non è solo una questione di pubblico o di visibilità, ma di energia. Sentire le persone cantare con me, vedere che i miei brani arrivano davvero a toccare chi mi ascolta, è di potente. È in quei momenti che tutto il lavoro, i sacrifici e le scelte fatte anche quelle difficili trovano un senso.
In più, il live per me è il momento più autentico: sei lì, senza filtri, e devi dare tutto. Ed è proprio in quella verità che sento di crescere di più, artisticamente e umanamente.
8.Tra i tuoi lavori c’è anche un brano in amarico: quanto è importante per te mantenere un legame diretto con le tue radici etiopi?
Il brano in questione è Abet ed è il mio primo progetto serio in assoluto completamente in Amarico e l’avevo scritto quando stavo ancora ad Addis Abeba, Etiopia… anni dopo quando sono venuto in Italia ho modificato un po’ il testo e l’ho riregistrato su una base di un produttore Austriaco chiamato Andi stetcher e l’abbiamo fatta uscire in collab.
Mantenere un legame con le mie radici etiopi è fondamentale, sia a livello personale che artistico. L’Etiopia è il luogo in cui sono cresciuto, dove ho formato la mia identità e dove ho iniziato ad avvicinarmi alla musica.
Scrivere e cantare in amarico, anche solo in parte, è un modo per onorare quella parte di me e per non perderla. È un ponte tra il mio passato e il mio presente, tra la mia cultura d’origine e il percorso artistico che sto costruendo oggi.
In un mondo musicale sempre più globale, credo che portare avanti le proprie radici sia un atto di autenticità e anche una forma di resistenza culturale. Mi piacerebbe che, in futuro, il suono dell’amarico diventasse una parte ancora più viva e riconoscibile della mia musica, infatti sto lavorando ad un progetto nuovo approvato dal rinomato Jazzista Etiope Mulatu Astatke e ho in programma un disco completamente in amarico su beat fusion tra jazz etiope e hip hop che uscirà nel 2026.
9.In un tuo post hai parlato della difficoltà di emergere come artista indipendente in Italia. Cosa ti spinge a non mollare nonostante gli ostacoli?
Beh intanto l’amore per l’arte in generale
La passione e l’amore per la scrittura, la musica, la cultura, l’Hip Hop l’irrefrenabile senso di rivalsa. Non mi vedo a fare altro se non questo, sta mer*a mi tiene in vita!
10.Da artista pluripremiato, pensi che il mercato italiano riconosca abbastanza il valore degli artisti afrodiscendenti?
Onestamente, credo che in Italia ci sia ancora tanta strada da fare per riconoscere davvero il valore degli artisti afrodiscendenti. Ogni tanto si vedono aperture, magari qualche mostra o evento che ci coinvolge, ma spesso sembra più una parentesi che una vera integrazione nel sistema artistico.
Molte volte il nostro lavoro viene visto solo attraverso la lente dell’identità o della ‘diversità’, come se non potessimo semplicemente essere artisti e basta, con un nostro linguaggio, una nostra ricerca, come tutti gli altri.
Detto questo, ci sono realtà e persone che stanno cercando di cambiare le cose, e questo dà speranza. Però servono più spazi, più ascolto e soprattutto meno pregiudizi. Il talento c’è, le idee ci sono, manca ancora un vero riconoscimento strutturale.”
11.Pensi che i talent show abbiano responsabilità nel dare una visibilità passeggera e non un reale percorso agli artisti neri in Italia?
Credo che i talent show abbiano un ruolo ambivalente in questo senso. Da un lato, offrono una piattaforma importante e immediata di visibilità, spesso difficile da ottenere in altri modi, soprattutto per gli artisti neri che in Italia devono affrontare un mercato musicale e mediatico meno inclusivo rispetto ad altri Paesi. Dall’altro, però, questa visibilità tende a essere molto temporanea e spesso non supportata da un percorso strutturato che permetta a questi artisti di consolidare la propria carriera nel tempo. La responsabilità non è solo dei talent show, ma dell’intero sistema culturale e industriale che non sempre valorizza o investe seriamente nella diversità. Senza una rete di supporto che riconosca e sviluppi il talento degli artisti neri nel lungo termine, la loro presenza rischia di rimanere marginale o confinata a un momento di visibilità limitata.
Serve un cambio di paradigma. Bisogna passare da una visibilità “usa e getta” a investimenti reali su percorsi artistici, con strutture di supporto che accompagnino gli artisti anche dopo la fine dei talent show. Inoltre, è fondamentale una maggiore consapevolezza culturale che permetta di valorizzare la ricchezza e la complessità delle esperienze e delle identità degli artisti neri in Italia. Solo così si potrà costruire un panorama musicale più inclusivo e duraturo.
12.C’è un messaggio che vorresti trasmettere ai giovani artisti che oggi iniziano il loro cammino, magari trovandosi nelle tue stesse difficoltà di dieci anni fa?
Il messaggio che voglio lasciare è di credere in voi stessi, di circondarvi di persone positive che credano in voi, che alimentino la vostra fiamma e non di vampiri energetici che vi compromettano le vibes.
l’energia è una cosa fondamentale, l’energia non mente ma sopratutto non è infinità quindi proteggetela.
il secondo messaggio che voglio lasciare è “siate sempre voi stessi, date un valore a chi siete e alla vostra storia, il mondo è bello perché è vario”.
13.Qual è la differenza più grande che noti tra la scena musicale italiana e quella internazionale, ad esempio in Etiopia o in Canada, dove ti sei esibito?
Le differenze che noto tra le scene musicali vengono soprattutto dalla cultura, dai modi di fare e da ciò che in un posto è considerato taboo, mentre magari in un altro è completamente normale. Anche il livello economico e il benessere di una società giocano un ruolo importante: certe tematiche si affrontano con più libertà in certi contesti, mentre in altri sono ancora difficili da toccare.
Poi c’è anche la questione delle tendenze e degli stili musicali: quello che è ‘cool’ in un paese può sembrare ‘cringe’ in un altro. È una questione di gusti, storia e di come la musica si intreccia con la vita di quella comunità, rendendo ogni scena unica.
Detto questo, oggi con la globalizzazione tutto il mondo sta prendendo un’unica direzione. Pensaci: il rap e la cultura hip hop sono nati in America, ma ormai sono ovunque, dal Canada all’Etiopia, fino all’Italia. Questa diffusione crea un terreno comune, ma allo stesso tempo ogni paese riesce a mettere il suo tocco, la sua identità, dentro a questi generi. È un equilibrio tra universale e locale che rende la scena musicale globale così interessante
14.Nel 2025 ti vedremo nuovamente all’AfroVision come vincitore dell’ultima edizione. Che significato ha per te portare la tua voce in un contesto così simbolico?
Tornare ad AfroVision nel 2025, dopo aver vinto l’ultima edizione, è un onore vero
Essere lì non è solo un riconoscimento personale, è anche un modo per rappresentare un pezzo di comunità, di storia, di identità che spesso resta invisibile nel mainstream. Quando salgo su quel palco, lo faccio con rispetto, ma anche con tanta voglia di condividere ciò che sono diventato, da dove vengo e dove sto andando.
AfroVision è un luogo che unisce, che dà forza. E per me, essere parte di tutto questo di nuovo, è un segnale forte: che il percorso che sto facendo parla alle persone, che c’è ascolto, e che possiamo continuare a costruire qualcosa di vero, insieme.”
15. Guardando avanti: qual è il futuro che immagini per Avex, sia come artista indipendente che come uomo
Per me il futuro è crescita, in tutti i sensi. Come artista indipendente voglio continuare a costruire qualcosa che resti, che parli alle persone vere, che arrivi anche fuori dai soliti giri. Non inseguo solo le luci, voglio lasciare segni. Voglio che il nome AVEX significhi qualcosa, non solo musicalmente, ma anche a livello umano e culturale.
Indipendenza per me non vuol dire fare tutto da solo, ma fare le cose alle mie condizioni, con la mia voce. Collaborare sì, ma senza snaturarmi. Sto lavorando a nuovi progetti, nuove sonorità, magari anche fuori dall’Italia. Voglio portare le mie radici in giro per il mondo, ma sempre restando connesso a chi sono.
E come uomo… voglio solo continuare a crescere. Stare bene, stare vero. Essere un punto di riferimento anche fuori dal palco. Perché alla fine, la musica è un mezzo, ma il messaggio sei tu. E se dentro sei vuoto, quello che fai non riempie nessuno. Quindi il futuro che immagino è fatto di verità, evoluzione e tanta strada da fare. Ma la sto facendo col cuore, passo dopo passo.”
L’intervista con Avex lascia la sensazione di aver incontrato un artista che non rincorre mode, ma costruisce con pazienza e determinazione il proprio percorso. La sua è una storia di resistenza culturale, di voglia di rappresentare sé stesso e una comunità troppo spesso lasciata ai margini, senza mai perdere di vista la ricerca artistica e la crescita personale. Che sia con le rime in inglese, italiano o amarico, Avex dimostra che la musica è ponte, verità e forza. E guardando al futuro, il suo messaggio è chiaro: continuare a crescere, restando autentico, lasciando un segno che vada oltre i riflettori.

Se ti è piaciuto questo articolo, lascia un like 👍, commenta 💬 e condividilo 🔗 per far conoscere ancora di più la musica di AVEX e di tanti altri artisti.
Seguici su Instagram (@novahot22radio)per restare aggiornato su nuove uscite, interviste e contenuti esclusivi.
Il nostro progetto nasce per dare spazio e voce a chi spesso rimane ai margini del panorama musicale mainstream: sostenere NovaHot22 significa sostenere gli artisti afro-italiani e indipendenti, le loro storie e la loro creatività.
Ogni like, ogni condivisione e ogni ascolto è un passo in più per far crescere questa scena e darle la visibilità che merita.
Se vi siete persi l’articolo dedicato alla sua discografia, al suo percorso musicale e al singolo attualmente in rotazione su NovaHot22, potete recuperarlo qui:






Lascia un commento