NovaHot22 continua a raccontare le voci più autentiche della nuova musica afroitaliana. Questa volta abbiamo incontrato D’Affari (all’anagrafe Dante), artista indipendente nato a Torino e cresciuto tra Italia e UK. Cantante, produttore, arrangiatore e attore, D’Affari unisce nel suo percorso esperienze personali, influenze internazionali e una visione chiara: creare musica che parli d’amore, identità e autenticità.

Conosciamolo meglio attraverso questa intervista esclusiva.


1) Partiamo dal nome: perché hai scelto di chiamarti D’Affari e cosa rappresenta per te?

UOMO D’AFFARI nasce dal mio marchio di abbigliamento: « UOMO ♠️ D’AFFARI ».

La storia di questo nome è lunga, ma inizio a raccontarvela…

È risaputo che a noi congolesi piace vestire. Quando Carlo Pignatelli aprì per la prima volta a Torino, i dipendenti del negozio e i datori di lavoro cercavano personale.

Mia madre venne a conoscenza del negozio tramite un suo amico, Simon Lungela. Le avevano proposto di lavorare come sarta, ma non sapeva cucire. Simon allora le disse:
« Dado, tu sei socievole, carismatica, viaggi spesso, hai occhio e conosci tanta gente, soprattutto nella community congolese. Perché non iniziare a cercare clienti, artisti, persone di un certo calibro interessate ad abiti eleganti, particolari ma semplici? »

Io già vendevo vestiti firmati ai miei amici e clienti, e lei avrebbe potuto fare lo stesso.

E da lì iniziò il suo percorso da Donna D’Affari. Da semplice OSS, mia madre ci ha dato ogni sorta di opportunità, non solo tramite il lavoro, ma anche grazie ai rapporti e alle collaborazioni create con Carlo Pignatelli. In seguito collaborò con altri negozi e outlet: chi aveva bisogno di vestiti, scarpe, abiti o profumi, lei parlava direttamente con i proprietari, portava clienti e prendeva una percentuale.

Da piccolo osservavo molto i movimenti di mia madre, tanto che zii e zie mi chiamavano “imprenditore”: risparmiavo i soldi della paghetta e pagavo i miei compagni delle medie 0,50–1 € per riassumermi le lezioni.

Non sono nato in una famiglia benestante, ma nemmeno di ceto basso. Sono nato in una famiglia dove a ogni problema c’è sempre una soluzione. Da lì nasce il mio nome: « D’Affari ». Sono pieno di risorse, e questo si riflette nel modo in cui navigo nel mondo dell’intrattenimento e nella musica.


2) Sei nato a Torino ma hai vissuto anche a Londra: quanto hanno influito queste due città sul tuo modo di fare musica?


Mi sono sempre ispirato a sonorità anglofone, quindi anche alla musica americana: R&B, Gospel e Hip Hop. La musica afroamericana mi trasmetteva emozioni forti, mi faceva sentire vivo rispetto a quella italiana.

Vivere nel Regno Unito mi ha fatto apprezzare lo slang e l’essere nero e congolese senza dovermi limitare all’etichetta di “afroitaliano”.

I ragazzi africani lì erano fieri delle loro radici: indossavano dashiki, jeans e Air Force 1, parlavano lingue come Benin, Pidgin, Langila, Lingala, Wolof e ovviamente inglese. La cosa che mi stupiva era che non si vergognavano, nemmeno se avevano un accento “europeizzato”.

Questo ha influenzato anche la mia musica, perché ho iniziato a inserire più Lingala nei testi, mescolandolo con l’inglese.


3) Quando hai capito che la musica sarebbe stata la tua strada?


L’ho capito fin da piccolo. Quando ero triste mi mettevo a suonare la tastiera o “Blue”, la mia chitarra acustica. La musica è stata il mio primo terapeuta.

In seconda media, quindi a 12 anni, scrissi un tema sulla musica in francese, compito che ci assegnò la professoressa Di Palo. Lei pianse davanti alla classe, e anche alcuni compagni. Lì ho capito che la profondità e l’amore che ho per la musica erano immensi, e che ero destinato a viverne.


4) Come descriveresti il tuo stile musicale a chi ancora non ti conosce?


Una fusione tra Afrobeats, Afroswing, R&B, Hip Hop e Gospel.


5) Le tue influenze spaziano dall’R&B all’Afroswing fino all’Hip Hop: quali artisti hanno segnato di più il tuo percorso?

Sicuramente Michael Jackson, One Acen, Tion Wayne, Tyrese, Boyz II Men, Bryson Tiller, Kanye West, Timbaland, 2Pac, Brandy e, menzione speciale, Lucky Dubé.


6) Suoni pianoforte e basso: quanto conta per te la dimensione musicale/strumentale nella creazione di un brano?


Saper suonare uno strumento facilita la composizione, perché ti dà la conoscenza e la consapevolezza teorica di come enfatizzare la vivacità o la malinconia di una traccia.


7) Dimmi dove sei è un pezzo intimo e diretto. Da dove nasce questa canzone?


Dimmi dove sei racconta la storia di una mia ex frequentazione. Eravamo molto lontani, ma volevamo stare vicini.

“Dimmi dove sei?” era una domanda retorica: nonostante la distanza, avrei trovato un modo per raggiungerla, in treno o a piedi.


8) Nel tuo ultimo singolo Deux hai sperimentato sonorità Zouk/Kompa: cosa ti ha spinto verso questa direzione?


😎 È uno dei generi musicali che preferisco, forse il mio preferito. La chitarra ha melodie sensuali, i pad creano un’atmosfera chill, e l’MC sulla strumentale ti gasa come non mai.

È un genere che non ha bisogno per forza della voce: gli strumenti parlano già da soli.


9) Hai collaborato con manager e produttori importanti, come Giacomo Lampitelli. Che tipo di esperienze ti hanno lasciato?


Ho imparato a lavorare sotto pressione ed eseguire lavori con scadenze precise. Per la prima volta ho capito la differenza tra creare per passione e trasformare la passione in un lavoro.


10) C’è qualche artista della scena italiana o internazionale con cui sogni di collaborare?


Attualmente: Linda, Helen, Abby 6ix, Kevin Kalvin, Fabri Fibra, Giorgia, Jovanotti, Zucchero, Gaia, Tiziano Ferro.

E a livello internazionale: Brandy, Chris Brown, Leon Thomas, Coco Jones, Eric Benet, Headie One, Tion Wayne e molti altri.


11) Non sei solo cantante, ma anche produttore, arrangiatore e direttore creativo: come riesci a gestire tutte queste sfaccettature?


Mi divido le mansioni senza un ordine preciso, seguo il feeling. Un giorno scrivo prima il testo, un altro parto dalla base. L’arrangiamento invece lo faccio sempre alla fine.

Camminare mi aiuta a schiarire la mente e a trarre ispirazione. Leggo molto delle tematiche attuali, anche quelle che sembrano superficiali, perché mi piace restare al passo con i tempi.

Scrivo ciò che vivo, ma anche ciò che vedo.


12) Come vedi oggi la scena musicale italiana e che spazio pensi ci sia per artisti come te, con influenze afro e internazionali?


La scena afroitaliana sta crescendo e qualcosa si sta muovendo, ma non ci sono abbastanza città con comunità black forti. Tutti puntano a Milano, perché è la città delle opportunità. È vero però che anche Brescia e Bergamo, negli ultimi tempi, hanno fatto la differenza: basta pensare a Tommy Kuti o agli Slings.

Lo spazio vero lo conquisteremo quando, invece di collaborare solo con persone già affermate e non black, inizieremo a supportarci e a collaborare di più tra di noi. Anche gli artisti afroitaliani già noti dovrebbero credere di più nella visione dei nostri fratelli e sorelle.

Immaginate un Époque, Axelle, Slings, David Blank, Milmì insieme… sarebbe una rivoluzione.

Un esempio è “Sfondiamo la porta” di Lil Cr con Abby 6ix e Kevin Kalvin: un inno a ciò che sogno per l’Italia tra 4-5 anni.


13) Oltre alla musica sei anche attore: quanto senti che queste due arti si parlano tra loro nel tuo percorso?


Tantissimo! Sono due forme d’arte diverse, ma coesistono molto. La colonna sonora di un film o i sound FX danno vita ai movimenti di un personaggio e ne determinano l’intensità e il mood.

In un set cinematografico recito davanti alla telecamera, sul palco performo davanti a un pubblico. In un caso imparo una canzone e la interpreto, nell’altro un copione e un personaggio.

Per essere credibile come artista — attore o musicista — devo canalizzare adeguatamente le emozioni e adattarle alle mie caratteristiche.


14) Da artista indipendente, quali sono le sfide più grandi che stai affrontando oggi?


Gestire la mia routine ed essere fedele alla musica. È facile perdersi in lavori temporanei o circondarsi di persone poco ambiziose.

La sfida è costruire la mia strada e crearmi un pubblico che creda nella mia visione. Essere credibile anche senza views alte o featuring importanti: oggi i numeri e le connessioni contano molto, ma io voglio dimostrare il valore al di là di questo.


15) Cosa ti auguri che il pubblico percepisca ascoltando la tua musica?


Vorrei che gli ascoltatori percepissero amore, autenticità e passione quando canto e rappo.

Una persona dovrebbe chiedersi perché D’Affari suona così e non come i suoi artisti preferiti. Questo significherebbe che ho trovato il mio vero io artistico.

Non conta solo il testo: anche solo la base può trasmettere emozioni. Se riesco a farti ballare, canticchiare, piangere o ridere, per me ho già vinto.


16) Quali sono i tuoi prossimi progetti? Possiamo aspettarci magari un album o un visual a breve?

Dalle radici familiari al percorso musicale, fino alla visione di una scena afroitaliana più unita e collaborativa, D’Affari si racconta con sincerità e determinazione. Le sue parole trasmettono autenticità, indipendenza e la voglia di costruire un linguaggio proprio, lontano dalle mode ma vicino al cuore della gente.

Per NovaHot22 è un orgoglio dare spazio ad artisti come lui, che incarnano lo spirito della nuova scena afroitaliana. Siamo certi che i suoi prossimi progetti, tra musica e visual, sapranno lasciare un segno sempre più forte.


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Se vi siete persi l’articolo dedicato alla sua discografia, al suo percorso musicale e al singolo attualmente in rotazione su NovaHot22, potete recuperarlo qui: 

Una replica a ““D’Affari: Quando l’indipendenza diventa forza”. L’intervista.”

  1. […] produzione è di D’AFFARI, un artista e produttore che stimo molto. Della registrazione, mix e master invece se n’è […]

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