
Conosciuto anche come KK, 2K, Doppia K o CoolBoy, Kevin Kalvin è una delle voci più autentiche e potenti della nuova scena urban italiana. Attivo dal 2017, ha costruito passo dopo passo un percorso che unisce consapevolezza personale, visione internazionale e il desiderio di dare voce a chi spesso non viene rappresentato. Dal singolo Black Excellence fino al progetto Black Is Beautiful, Kevin racconta con sincerità la sua crescita, le sue radici e la voglia di cambiare il panorama musicale italiano.
In questa intervista, raccolta da NovaHot22, ci ha parlato di ciò che significa per lui fare musica oggi, delle difficoltà e delle soddisfazioni, dei suoi sogni e delle collaborazioni che immagina per il futuro.
1. Partiamo da Black Excellence: cosa rappresenta per te questo brano? Cosa volevi comunicare con questo titolo e questo testo?
Kevin Kalvin:
Black Excellence racchiude l’essenza del progetto: mettere in luce quell’eccellenza nera che in Italia ancora facciamo fatica a riconoscere. Spesso vedo persone che si rassegnano a quello che è stato detto loro di essere, senza immaginare che potrebbero ambire a molto di più. Con questo brano ho voluto dire: ‘spingi, non ci siamo fatti tutto questo percorso per arrenderci adesso’. È un inno alla possibilità di eccellere, non solo per la mia comunità, ma per chiunque si senta invisibile o non valorizzato.
Per me è stato importante anche raccontare il mio percorso personale: prima di viaggiare fuori dall’Italia anch’io pensavo che certi traguardi non fossero alla nostra portata. Poi, vedendo altre realtà, mi sono reso conto che no, è possibile. Black Excellence è proprio questo: la spinta a credere che si può fare.
2. Sei attivo dal 2017 con Centomila Clips e da allora non ti sei mai fermato. Com’è cambiato il tuo approccio alla musica da allora a oggi?
Kevin Kalvin:
All’inizio il mio approccio era molto istintivo: sentivo che in Italia mancava un certo tipo di musica, quella che poteva rappresentarmi davvero. Per trovarla dovevo guardare all’estero, soprattutto negli Stati Uniti o in UK. A quel punto mi sono detto: se qui non c’è, perché non crearla io? Perché non essere io quel cambiamento che vorrei vedere?
Così ho iniziato a pubblicare i primi video, con la voglia di portare in Italia sonorità e contenuti che ancora non c’erano. Col tempo, però, la mia musica è diventata sempre più lo specchio della mia quotidianità. Un brano come Diventando un uomo, ad esempio, segna proprio la mia transizione da ragazzino superficiale a persona più consapevole.
Un passaggio fondamentale è stato il mio periodo in Inghilterra: vivendo tra Italia e UK ho scritto i pezzi che poi sono confluiti in Aeroplani & Mercedes. Lì ho visto ragazzi come me riuscire, senza sentirsi addosso certi pregiudizi silenziosi che in Italia invece pesano. Questo mi ha dato una spinta enorme: ho capito che era possibile e che tornando in Italia dovevo dirlo anche agli altri.
Ogni traccia è stata per me come un tassello, un diario di bordo che raccontava la mia crescita personale e artistica. Ho sempre avuto la consapevolezza che quello che facevo ‘spaccava’, ma per molto tempo il contesto italiano non era pronto, soprattutto ad accettare un artista nero che facesse certe cose. Ora, grazie anche alla diffusione del rap e dell’hip hop nel mainstream, i tempi stanno cambiando. La mia musica, proprio come me, è un work in progress continuo: più cresco e divento consapevole, più si evolve anche il mio modo di scrivere e di esprimermi.
3. Il tuo nome d’arte ha più varianti: KK, 2K, Doppia K, CoolBoy… Come scegli quale usare? E cosa rappresentano per te queste identità?
Kevin Kalvin:
In realtà l’identità è sempre la stessa: rappresentano tutte lo stesso n*, che sono io. KK è l’acronimo che porto da sempre, gli altri sono soprannomi nati nei vari contesti della mia vita, da chi mi conosce da più tempo o da come mi chiamavano in certi periodi. Ognuno ha iniziato a chiamarmi in modo diverso, ma alla fine si rivolgono sempre alla stessa persona.
Non c’è una divisione tra queste identità: sono tutte sfaccettature dello stesso me.
4. Cresciuto nella periferia di Verona, hai sempre raccontato con sincerità ciò che hai vissuto. Quanto ha influito il tuo contesto sulla tua scrittura?
Kevin Kalvin:
Ha influito tantissimo. Essere nato e cresciuto qui mi ha permesso di vedere due facce della medaglia: da una parte l’Italia, dall’altra le mie origini e la mia provenienza. Crescere in provincia ha segnato molto il mio modo di guardare il mondo, e me ne sono reso conto davvero solo quando sono uscito da lì. La mentalità della periferia è diversa da quella della città: in provincia c’è spesso un atteggiamento chiuso, fatto di giudizi e confronti continui, come se ci si misurasse sempre l’uno con l’altro. Restando lì probabilmente sarei rimasto intrappolato in quella mentalità. Uscire, invece, mi ha permesso di allargare lo sguardo e cambiare prospettiva.
5. Dai tuoi social abbiamo visto che uscirà presto l’album Black Is Beautiful. Cosa possiamo aspettarci da questo progetto?
Kevin Kalvin:
Il progetto ormai è uscito, e devo dire che le aspettative erano alte ma il riscontro ha colto nel segno. Quello che volevo davvero era mostrare chi siamo, senza scadere nel vittimismo. E la cosa bella è che anche chi non era direttamente chiamato in causa ha saputo comprenderlo, senza fraintendimenti, accogliendolo a braccia aperte. Mi ha fatto piacere vedere che sia chi vive certe realtà in prima persona, sia chi le osserva da fuori, è riuscito comunque a portarsi a casa un messaggio.
6. Cosa cambieresti nella scena musicale italiana, se potessi?
Kevin Kalvin:
Se potessi cambiare qualcosa, chiederei più meritocrazia. Non dico che nell’industria non ci siamo, anzi: ognuno di noi deve darsi da fare, niente ti viene regalato. Ma anche chi si impegna davvero spesso non viene elogiato né messo sullo stesso piano dei ragazzi bianchi. Non parlo tanto del pubblico, quanto di chi sta dietro le quinte e dirige la scena musicale italiana: lì si potrebbe fare molto di più per dare spazio ai giovani neri.
In Italia, nei piani alti, ragazzi neri ce ne sono, ma non vengono spinti come gli altri. Non voglio metterla giù pesante, ma credo serva più meritocrazia, più opportunità di giocarsela sul serio e di essere valutati per ciò che portiamo, per ciò che meritiamo — non per quanto siamo disposti a pagare o per gli agganci che abbiamo. Io vorrei che si parlasse di chi davvero spacca, e che chi è in alto fosse rispettato perché lo merita, non perché ha il bag più grosso.
Poi, amen: quello che deve arrivare arriverà, è solo questione di tempo. Non è una lamentela, è un’osservazione.
7. Com’è la tua quotidianità al di fuori della musica?
Kevin Kalvin:
La mia quotidianità ruota attorno a un equilibrio complicato: da una parte trovare le soluzioni per evolvermi come artista e portare avanti la mia musica, dall’altra affrontare le difficoltà pratiche di chi non ha sempre i mezzi economici per fare quello che vorrebbe. Se lavori per mantenerti, spesso ti manca l’energia, la libertà mentale e il tempo necessari a creare. È un limbo tra essere CEO di te stesso e, allo stesso tempo, dover trovare i soldi per finanziare tutto.
Ho fatto davvero di tutto pur di sostenere la mia musica, e ogni periodo è diverso: a volte prevale la parte del lavoro, altre volte quella creativa. Oggi la mia quotidianità è soprattutto costruire musica e organizzare l’intero processo creativo che ci gira intorno: non è solo andare in studio, ma pianificare, coordinare, trovare le risorse e le energie per far sì che ogni passo vada a buon fine.
8. Che consiglio daresti a chi si sente perso o escluso?
Kevin Kalvin:
Capita spesso di sentirsi persi, ma è proprio in quei momenti che hai la possibilità di ritrovare te stesso. E non è affatto banale: conoscere davvero chi sei significa capire cosa ti piace, cosa ti rende felice, cosa conta davvero per te. Quando sei solo hai l’occasione di riflettere, di mettere le cose in ordine e stabilire delle priorità. Quel tempo va sfruttato, perché è lì che scopri la tua direzione.
Una volta che hai trovato ciò che ti appassiona, prova a trasformarlo in un lavoro: se riesci a guadagnare facendo ciò che ami, non ti sembrerà mai di lavorare un giorno nella tua vita. E qualsiasi cosa tu scelga, è rispettabile: non compararti con gli altri, ognuno ha la sua strada e il suo percorso.
La vera forza sta nel coltivare quella gioia interiore e portarla nella tua quotidianità. Così potrai davvero raggiungere qualsiasi obiettivo. E se ti senti escluso, non lasciarti abbattere: usa quell’esperienza come spinta per costruire qualcosa di meglio nella tua vita.
9. Se potessi collaborare con un’artista fuori dal tuo mondo, chi sceglieresti?
Kevin Kalvin:
Direi Laura Pausini. Crescendo mio padre la metteva spesso in macchina, quindi fa parte della mia memoria musicale. È un’artista rispettata in Italia, con una voce incredibile, e credo che potrebbe apprezzare quello che racconto nei miei brani. Mi affascina l’idea di combinare una figura iconica del suo calibro con il mio approccio e il mio stile: verrebbe fuori qualcosa di unico, un incontro tra mondi diversi che potrebbe essere davvero… fottutamente magnifico.
10. Se dovessi dare un consiglio al Kevin di 10 anni fa, quale sarebbe?
Kevin Kalvin:
Al Kevin di dieci anni fa direi: non dare nulla per scontato. Organizza il tuo percorso, costruiscilo passo dopo passo e seguilo con costanza. Se qualcosa non funziona, rinnovati, ma non lasciare che le cose accadano “a caso”. Impara ad amare presto il tuo hustle, trattalo come un lavoro serio, perché è così che diventa sostenibile. E ricorda: mostrare amore non è un segno di debolezza. Non aver paura di dare valore alle persone attorno a te, perché quello che semini n…
Kevin Kalvin è un artista che trasforma la propria esperienza personale in messaggi universali, capaci di parlare a chiunque si senta invisibile o non rappresentato. La sua voce, i suoi testi e la sua visione raccontano la possibilità di crescere, di credere in sé stessi e di cambiare le regole del gioco.
Grazie Kevin per aver condiviso con noi la tua storia e il tuo pensiero. Non vediamo l’ora di scoprire i tuoi prossimi passi e continuare a seguire il viaggio della tua musica.

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